I voucher per contrastare gli abusi – Intervista a Marco Bentivogli (Segretario Generale FIM Cisl)

25 gennaio 2017

Nelle scorse settimane il tema dei voucher è stato al centro delle discussioni dopo che le opposizioni hanno denunciato alcune irregolarità nell’applicazione dello strumento. Marco Bentivogli, Segretario Generale della FIM Cisl, si è schierato a difesa dei buoni lavoro. Lo abbiamo intervistato sull’argomento e gli abbiamo chiesto quali saranno le sfide più importanti nel mondo del lavoro che dovremo affrontare.

D. Segretario, Lei ha difeso i voucher dicendo che vanno a coprire un segmento del mercato del lavoro troppo spesso lasciato al nero. A quali tipi altri di prestazione pensa che, una volta rodato e calibrato lo strumento, i voucher possano rivolgersi in futuro? Sono allo studio altre formule o estensioni?

R. Va assolutamente salvato il soldato voucher! In realtà è uno strumento buono e utile. Il compenso di 7.5 euro netti all’ora è vicino agli 8.5 euro del salario minimo legale tedesco. Pensare di sostituire, come propone la Cgil, tutti i voucher con contratti a tempo indeterminato, sarebbe come voler fermare l’acqua con le mani. Inoltre cancellarli del tutto ci farebbe rimanere il Paese con la più alta quota di lavoro nero. Secondo la Cgil i voucher “nascondono” l’equivalente di 47 mila posti di lavoro full time; ricordo che in Germania nel 2014 i mini jobs da 400 euro al mese erano milioni. L’equazione voucher uguale abusi è troppo semplicistica e non racconta tutta la verità. Di abusi ce ne sono anche nei contratti a tempo determinato e indeterminato, che, lo ricordo, sono molti di più.  Cosa facciamo: li vietiamo? Mi sembra un atteggiamento rinunciatario, tipico di chi vuole sentirsi in pace con la coscienza. Il punto è che così facendo si finisce per lasciar soli i lavoratori. Piuttosto in tema di voucher va evidenziato un deficit nei controlli. Negli ultimi 20 anni i Governi che si sono susseguiti hanno completamente smantellato la rete dei controlli, favorendo gli abusi. Nell’edilizia, ad esempio, dove tra l’altro esiste una flessibilità contrattuale molto ampia, i voucher sono nella maggior parte dei casi usati per una, due ore di lavoro: un tempo troppo ridotto per svolgere qualsiasi mansione. E’ fondato il sospetto, tanto da diventare quasi una certezza, che in casi del genere il buono serva a mascherare l’ulteriore lavoro che viene svolto in nero. Ma va anche detto che gli abusi riguardano i datori di lavoro, vale a dire le imprese, non le persone fisiche che hanno l’obbligo di attivazione telematica: Inps e Inail li conoscono, è semplice sottoporli al controllo.

Personalmente sono quindi favorevole a tornare all’utilizzo per cui i voucher erano stati introdotti, ovvero per i lavori occasionali, compresi alcuni dei cosiddetti “lavoretti” della gig economy, che in caso di totale abolizione verrebbero privati consegnati definitivamente al sommerso.

I casi poco felici nell’uso dei voucher sono stati utilizzati dall’opposizione per attaccare duramente il governo e tutto il provvedimento. Nonostante la maggioranza dei casi in cui lo strumento ha funzionato. C’è stato quindi un cortocircuito comunicativo, i voucher sono stati raccontati male?

Come sempre, quando in Italia la discussione verte sul mercato del lavoro, il merito dei problemi scolora nella disputa politica, anzi ideologica. E’ difficile individuare nel dibattito in corso un sistema di idee e valori da cui far discendere un’interpretazione della realtà; prevale invece la falsa coscienza che deforma la realtà servendosi di un apparato di concetti esclusivamente retorico. Il problema degli abusi dei voucher è sorto, bene ricordarlo, quando l’asse Alfano, Bersani, Casini ha sostenuto la riforma del lavoro del governo Monti che ne ha esteso l’uso agli impegni non saltuari.

La pista da seguire è quella di intensificare in primis i controlli e poi riportare l’utilizzo dei voucher alla loro natura di retribuzione per prestazioni occasionali, tornando ai limiti esistenti prima del 2012, lasciando in vigore la tracciabilità introdotta dal governo Renzi con la comunicazione preventiva via sms.

Per comprendere veramente il problema è tuttavia necessario rifarsi ai numeri. Quelli elaborati da Istat, Inps, ministero del Lavoro e Inail ci dicono che i voucher corrispondono allo 0,23% del costo del lavoro complessivo italiano. Mentre i dati dell’Annuario Istat 2016 certificano che  su 60,441 milioni di residenti (ai quali si aggiungono i residenti irregolari) il numero di persone che lavorano è di 22,465 milioni, pari al 37,2%: quindi in Italia lavora solo un terzo della popolazione. La galassia del non lavoro è eterogenea: si divide tra chi è inattivo per questioni d’età, in quanto minore di 15 anni o over 65 (20,095 milioni pari al 34,6%), un 5% di disoccupati (3,033 milioni) e una enorme schiera di inattivi in età da lavoro pari a ben 14,038 milioni, il 23,2% della popolazione.  Dati che, senza nulla togliere al problema voucher, dovrebbero farci riflettere sulle reali priorità del nostro mercato del lavoro, anzi sulla priorità, che è rappresentata dalla massa di giovani inattivi e disoccupati.  Finché non ci decideremo a deideologizzare il dibattito sul lavoro, a non usarlo come una clava nell’agone politico, l’Italia rimarrà sempre indietro.

Crede quindi che accanto alle riforme di tipo economico in Italia ci sia bisogno di un cambiamento culturale relativo nel rapporto tra lavoro ed impresa?

Assolutamente sì, bisogna uscire dal bianco e nero nella narrazione (spesso falsata) del lavoro in fabbrica. L’azienda non rappresenta più da tempo il terreno di scontro tra gli operai e il “padrone”, ma spesso è un luogo – certo, con le dovute differenze – in cui è possibile valorizzare il contributo delle persone. Con il nuovo contratto dei metalmeccanici, ad esempio, abbiamo introdotto il diritto soggettivo alla formazione, uno dei pilastri della visione della FIM, un diritto fondamentale insieme a quelli al il salario e alla sicurezza. La nuova fabbrica intelligente comporterà anche il superamento della logica tradizionale che ha contraddistinto il lavoro nel Novecento e dei rapporti gerarchici che ne erano il corollario. Dobbiamo tutti impegnarci affinché nelle smart factory, al centro del modello di Industry 4.0, in breve tempo si riconfigurino i rapporti tra lavoratori e imprese fuori dallo schema del conflitto, in un’ottica nuova di partecipazione e corresponsabilità. Per il sindacato questa è un’opportunità ma anche una sfida. La fine dell’era della produzione di massa, con la contemporanea affermazione di un modello che associa beni e servizi in una logica “sartoriale”, consentirà ai lavoratori di gestire i processi, almeno in parte, da remoto, quindi con una quota via via più rilevante di smart working a caratterizzare l’organizzazione. In questo senso formazione, conoscenza, partecipazione, sostenibilità sono ingredienti fondamentali. Uno scenario così diverso da quello in cui per decenni siamo stati immersi implica un cambio di prospettiva. Credo che le nostre chance di successo siano strettamente legate alla costruzione di un ecosistema digitale che vada dalle città alla mobilità, all’energia, alla scuola e anche la rappresentanza. Anche i sindacalisti, nell’era di Industry 4.0 devono essere “intelligenti”, preparati, competenti.

I referendum sul lavoro, da questo punto di vista, servono a che e a chi?

Purtroppo spesso servono solo a chi li presenta. Oppure vengono utilizzati per altri scopi. In un Paese che ricorda il Gioco dell’Oca, le cui regole prescrivono di tornare al via ogni 10 caselle, lo strumento del referendum, che pure resta un momento alto di esercizio della democrazia,  viene sempre più piegato a fini di propaganda politica, facendo leva sulle paure e l’ignoranza. Basta tornare indietro di qualche settimana e vedere il dibattito che si è sollevato intorno al referendum per la riforma costituzionale: il merito del quesito referendario ha ceduto il passo allo scontro politico. E i cittadini alla fine hanno votato, anziché sulla riforma, sul governo.

Ora la storia si ripete. La Cgil ha abdicato al proprio ruolo di soggetto di mediazione sociale, quale deve essere un sindacato, puntando dritta allo scontro con il governo. In questo paese il buonsenso sta diventando merce rara, nessuno sia più capace di trovare un compromesso alto. I quesiti sull’articolo 18, bocciato dalla Consulta, e sui voucher, sono stati caricati dalla Cgil di un significato simbolico che poco o nulla ha a che fare con la loro reale portata.  Susanna Camusso ha definito, in un eccesso di foga polemica, i voucher “pizzini”. Poi si è scoperto che la Cgil ne fa abbondantemente uso. E non solo a Bologna, tra i pensionati dello Spi, come hanno riportato i giornali: l’Inps ha rivelato che nell’ultimo anno la spesa in “pizzini” è stata di 750mila euro. Il problema non è che la Cgil li utilizzi, anzi, questa è la dimostrazione pratica del fatto che, se ci si lascia travolgere dalla propria ideologia, si finisce per – contrariamente al detto comune – razzolare bene e a predicare male…

Una delle sfide per le imprese italiane nel 2017 sarà quella dell’Industria 4.0, un processo inarrestabile che porterà alla produzione industriale del sempre più automatizzata. Ma anche alla definizione di nuovi lavori. Come verrà vissuto questo passaggio nel nostro Paese? Quali i limiti e quali i punti di forza?

Per l’Italia industria 4.0 rappresenta l’ultimo treno per restare tra i paesi avanzati. Scegliere di puntare sulla manifattura avanzata è molto di più che scegliere una specializzazione merceologica per la nostra industria. Non è solo un’esigenza di di competitività, bensì una scelta di sostenibilità per il Paese.  La sfida che abbiamo di fronte in realtà è già partita da tempo e in testa come al solito c’è la Germania.  Germania che non mira solo a trasformare le proprie fabbriche in smart factories, ma anche a vendere all’estero le tecnologie con cui realizzarle. Anche la Cina sta investendo miliardi di dollari su questo versante, così come stanno facendo Stati Uniti e Francia.

Il piano italiano per Industria 4.0, pur arrivando in ritardo rispetto agli altri paesi, contiene però una serie di provvedimenti utili a recuperare il gap che abbiamo accumulato in questi anni. In primo luogo va sottolineato lo sforzo finanziario, ingente nonostante i vincoli di bilancio, con un impegno finanziario di circa 13 miliardi di euro di investimenti pubblici in innovazione e incentivi fiscali (superammortamento, iperammortamento, nuova Sabatini) per i prossimi7 anni e un’ulteriore dote di 10 miliardi di euro per quelle che nel piano vengono definite “direttrici di accompagnamento” ovvero: salario produttività (1.3 miliardi nel quadriennio 2017-20), diffusione della banda ultralarga tra le imprese (6.7 miliardi già stanziati) rifinanziamento del Fondo garanzia per le PMI (900milioni), catene digitali e internazionalizzazione del Made in Italy (100 milioni), contratto di sviluppo con focus su industria 4.0 (1miliardo). Un capitolo a sé viene riservato alla ricerca, con la costituzione di innovation hub e competence center inseriti in una struttura “a rete” che mira a valorizzare le eccellenze del nostro sistema universitario. Su questi ultimi la Fim, insieme ad Adapt, ha presentato un libro verde che vuole fornire una bussola utile a gestire la transizione verso un nuovo modello produttivo che impatterà sul lavoro e sulle relazioni industriali. Se l’Italia vuole mantenere la seconda piazza tra le potenze industriali europee, è evidente che dovrà puntare le sue carte sul sistema formativo e su quella parte del tessuto imprenditoriale che in questi anni ha fatto dell’innovazione tecnologica e organizzativa il suo punto di forza. Lo spazio c’è, ma serve una visione. Una visione in grado di far maturare il Paese sotto il profilo sia politico che culturale, di metterlo nelle condizioni di dar vita ad un ecosistema 4.0, magari prendendo a modello quanto di buono hanno realizzato altri Paesi. Fare anche poche cose, ma efficaci e insieme. In questo senso stiamo dando il nostro contributo per creare un sistema virtuoso che metta in sinergia costruttiva le scelte politiche con il mondo delle imprese e con quello dell’università e della ricerca, mettendo al centro il prezioso contributo delle persone, dei lavoratori.

In cosa consisterà a quel punto il lavoro del sindacalista?

La FIM è stato il primo sindacato in Italia a parlare di Industry4.0 Lo abbiamo fatto perché riteniamo indispensabile ragionare in prospettiva.  Se guardiamo con paura al futuro, siamo perduti.  La FIM è abituata ad andare con le braccia aperte verso l’innovazione, ma non credo che nel sindacato tutti riusciranno a giocare il proprio ruolo attivamente. Il rischio più forte è l’immobilismo di fronte alle innovazioni tecnologiche, un atteggiamento tipico dei sindacalisti poco innovativi e conservatori.  Ma con Industry 4.0 l’unica alternativa è muoversi e giocare d’anticipo: se lasceremo che il tema si risolva in un dibattito su tecnologie, impatti economici e industriali, il lavoro e il lavoro organizzato diverranno questioni secondarie. Specie il secondo, che è il core business del sindacato, rischia di scivolare nell’irrilevanza. Se così sarà le nuove smart factories potrebbero essere workers less e unions free. Noi saremo adeguati se sapremo reintrodurre la centralità del contributo delle persone insieme alla necessità di condivisione dei benefici in modo inclusivo. In Industry 4.0 c’è ancora molto spazio sul piano dell’innovazione tecnologica, ma altrettanto dal punto di vista sociale. E’ di questo che dobbiamo occuparci noi sindacalisti per dare un vero contributo al lavoro e alla società.

Un commento su “I voucher per contrastare gli abusi – Intervista a Marco Bentivogli (Segretario Generale FIM Cisl)
  1. Mario ha detto:

    Qui c’è la prima ricerca italiana sulla gig economy o “economia dei lavoretti”: http://www.sindacato-networkers.it/2017/01/gig-economy-italia-al-via-la-ricerca/

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