Una storia di… poltrone per volare

5 luglio 2017

Lasciando la Pontina per andare verso Norma e Latina Scalo, Gps permettendo, si arriva sull’Appia. Quei due filari di pini sono un tunnel della memoria. Molti ricordano, grazie ai libri di Antonio Pennacchi, la grande “modernizzazione” della bonifica, poi quella, lentamente insabbiata, della Cassa del Mezzogiorno. Non è rimasto molto, ma qualcosa c’è e pochi parlano dei protagonisti ancora attivi.

Le aziende farmaceutiche sono meno di prima ma nella complessità o diversità italiana di prodotto restano importanti almeno quanto quelle di macchinari, pezzi meccanici e parti di auto ed aerei, sedute arredi etc… (chi volesse qualche visualizzazione innovativa di questa complessità di prodotto italiana può guardare qui).

Da Google Earth si nota l’area coperta più imponente: 80.000 mq coperti, dove la Aviointeriors fabbrica interni per aeromobili.

Nella struttura, inaugurata nel 1974 da Giulio Andreotti, lavorano circa 200 persone e costruiscono poltrone per volare. Fu un’idea che la famiglia Veneruso trasferì qui da Napoli quando il fondatore, insieme a personalità come Trussardi, propose ad Alitalia di dare un segno ed un senso agli interni di quello che, agli inizi, era un sogno per pochi: volare. Un sogno che globalizzazione ed i voli low cost hanno poi messo alla portata di tantissimi.

Un’evoluzione che ha imposto aggiornamenti costanti. Dall’esperienza semplice di chi faceva materassi e, viaggiando, immaginava nuove vie e nuovi prodotti, venne una lavorazione ad alto contenuto tecnologico e con alta intensità e qualità di lavoro, conoscenza e know-how che devono diffondersi e trasmettersi in modo intelligente ed in reti organizzative complesse.

Anticipare standard e innovazioni, come quelli previsti dalle regole e dai test della FAA (agenzia americana per il volo Aereo) o quelli recepiti o ideati dall’Easa e poi implementati dall’ENAC. Aviointeriors è cresciuta innovando su materiali e processi, e costruendo decine di modelli di poltrone classe business, economica, e di lusso; per le esigenze più diverse, in continuo mutamento anche per scelte commerciali e strategiche delle compagnie aeree.

Stare dentro a queste reti “lunghe” accresce la potenzialità espansiva dell’azienda e dell’indotto. La Aviointeriors ha il 90% dei clienti fuori dal paese e figura come il secondo dei “top manifacturers” globali. La committenza (progettisti e buyers) delle compagnie formano un mercato molto competitivo e che ha conosciuto tempi difficili. Gli importatori impongono durissime esigenze di compliance degli standard mondiali di sicurezza, qualità e certificazione, a conforto e protezione del passeggero, del volo, degli equipaggi e delle compagnie. Alla recente Aircraft Interiors expo è stata anche persentata Adagio una nuova poltrona business. Sono dettagli di prodotto che servono a capire come estendere uno “spazio di prodotto” implica un movimento costante.

Altri hanno preferito portare all’estero gran parte delle attività. Aviointeriors, con una ristrutturazione radicale, è tornata tra le prime 4 compagnie mondiali.
Vendere una poltrona o un arredo implica un’elevatissima verifica su standard, rifiniture, ma anche sulle tempistiche e modalità di consegna. Una cura dell’infinitesimale del dettaglio. Una cucitura sbagliata può far saltare un’intera fornitura. Centinaia di uomini e donne percorrono chilometri sotto quei capannoni a pannelli mobili sull’Appia, laddove un tempo transitavano solo mozzarelle di bufala e prodotti ortofrutticoli. Operai e tecnici si applicano su schiume antifiamma, crash test, stampi e processi ingegnerizzati, continuamente in evoluzione. Si arriva fino a dover cucire a mano rondelle da 3 cm di pelle di vitello che dovranno resistere ai viaggi transcontinentali di milioni di passeggeri. Ma “il sistema intorno” deve convergere, sopportare lo stress del cambiamento, e qui casca l’asino.

Industria, manifattura, ricerca e sviluppo, concorrenza mondiale e tecnologie spesso riducono (e certamente cambiano) una parte del lavoro umano, pur aprendo nuove opportunità. Questo crea sfida, orgoglio imprenditoriale ma anche scontro sociale e drammi: un tempo qui lavoravano 900 persone, ora una parte sta nell’indotto ed una parte larga è fuori produzione. Le sofferenze non mancano. L’innovazione necessaria per restare in vita non è un pranzo di gala. Il gruppo ha diversificato e la proprietà affronta anche problemi giudiziari che spesso sono gli unici a venire messi in luce dai media.

Il sindacato è diviso tra chi si batte per mantenere l’azienda in vita, ottenere minor danno occupazionale e maggiori garanzie per il futuro (CGIL, CISL e UIL) e chi invece punta a competere con gli altri sindacati e scassare, facendosi giudice popolare (l’UGL) di ultima istanza ed arriva a chiedere di commissariare la parte che funziona in nome delle vicende giudiziarie di altre parti. Una concorrenza con la disperazione degli altri.

Sui giornali locali non c’è un racconto d’impresa ma una foto di cronaca giudiziaria, questioni tributarie e fallimenti. Spesso a Latina ci sono solo processi nelle prime pagine. Compreso quello che ha pesantemente coinvolto il tribunale fallimentare di Latina (e qualcosa anche nelle vicende che vengono considerate riguardano proprio gli iter fallimentari maturati in questi ambienti e già concordati).

Un dovere di cronaca inevitabile, ma chi vedesse l’area solo con questa lente dovrebbe scapparsene e realizzare qualunque iniziativa altrove, chi deve acquistare può pensare che sia tutto fermo in una succursale del crimine organizzato ai piedi dei Monti Lepini. Non è così, è un’altra la storia da raccontare

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