Salvatore Santangelo: “È ora di dare maggiore centralità al Mezzogiorno”

28 marzo 2015

“Quando si parla del nostro Mezzogiorno bisogna essere capaci sì di leggere una realtà dura, complessa, ma vanno evitate semplificazioni fuorvianti”. – Intervista a Salvatore Santangelo, giornalista e blogger dell’Huffington Post.

Una nuova narrazione per il Mezzogiorno, quanto è necessaria?

Esistono tanti Sud, dove ci sono giovani e meno giovani che si impegnano nello studio, nell’impresa e – per chi ha la fortuna di averlo – nel lavoro. Penso al numero di sturtup innovative che stanno nascendo: la Campania è la prima regione d’Italia per domande al bando Smart&Start di Invitalia, uno strumento estremamente rigoroso che prevede un’importante dote di cofinanziamenti privati. Ci sono eccellenze fatte di capitale umano e tecnologico di altissimo livello che meritano la giusta attenzione. Questi germogli non vanno dimenticati, anzi vanno raccontati con una comunicazione positiva che riesca a mettere in risalto le giuste differenze. E abbiamo provato a farlo a Napoli – con i colleghi Alessandro Sansoni e Alessio Postiglione – nell’ambito del corso organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Campania dal provocatorio titolo “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli ‘non’ avrebbe fatto il parcheggiatore. Comunicare l’innovazione e l’eccellenza” (a cui hanno partecipato, tra gli altri, Rodolfo De Laurentiis, Gabriella Cimse Marco Mastracci).

Vorrei aggiungere ancora qualche dato, nonostante dal 2008 al 2013 il settore manifatturiero al Sud abbia perso il 27% del proprio prodotto, e ha più che dimezzato gli investimenti, questo comparto riesce a fare numeri superiori a interi Paesi del Nord Europa come la Finlandia e la Danimarca e lo fa in settori strategici come aerospazio, automotive e trasformazione alimentare. Inoltre, è la situazione geopolitica mondiale a consigliarci  di  dare maggiore centralità al Mezzogiorno: il Mediterraneo è tornato, forse suo malgrado, tra i crocevia nella ridefinizione degli assetti di potere mondiali. E l’Italia – come potenza regionale – deve svolgere il suo ruolo con scelte di politica estera coerenti, capaci di “legare” materialmente il Mezzogiorno ai flussi di commercio mondiali, intercettando così quella domanda d’Italia che c’è nel mondo. Dobbiamo chiederci: quale deve essere il ruolo del nostro Paese in un Mediterraneo sempre più affollato e instabile, dove gli Usa non sono più l’attore principale, dove si misurano le ambizioni di una Turchia neo-ottomana, dell’Egitto dei generali e di una Russia che proprio nel fronte sud cerca di spezzare l’accerchiamento internazionale? Nessuna risposta può eludere il ruolo strategico delle nostre regioni meridionali.

Centralità del Mezzogiorno e situazione geopolitica mondiale però richiamano la capacità da parte delle istituzioni di dotarsi di una visione strategica ben definita.  E questo è più facile a dirsi che a farsi…

Partiamo da un dato bruciante: il vantaggio geografico di quasi 7.500 chilometri di coste non basta più a farci conservare la prima posizione tra i Paesi europei negli interscambi che avvengono nel Mediterraneo. Infatti,  nel 2013 l’Italia è stata surclassata nel suo giardino di casa dalla Germania che con un distacco di ben 3 miliardi di euro è diventato il primo player europeo nell’area (e secondo solo agli Usa).

Ricordiamo che nel Mediterraneo transita il 19% del traffico marittimo mondiale e il 76% dei nostri scambi con i Paesi dell’area avviene via mare. Eppure porti come Gioia Tauro o Cagliari stanno perdendo terreno nei confronti di nuovi “hub marittimi” come Port Said in Egitto o Tanger Med in Marocco. Gioia Tauro che nel 2005 movimentava il 20% delle merci in transito nel Mediterraneo si ferma oggi all’11%. Per contro altri scali storici come Valencia in Spagna o il Pireo in Grecia hanno visto la loro “fetta” di mercato salire rispettivamente dal 16 al 19% e dal 9 al 12%. Inoltre, le proiezioni al 2015 vedono l’Italia scivolare in quarta posizione preceduta anche dalla Cina.

Tutto questo perché paghiamo lo scotto di un profondo gap infrastrutturale e logistico. Lo sforzo messo in campo da Matteo Renzi con la modifica al “Titolo V della Costituzione” in materia di energia, trasporti e grandi opere và nella direzione giusta di assegnare alle istituzioni centrali maggiori poteri e limitare i veti delle istituzioni locali. Personalmente, sarei ancora più radicale e penserei a una completa ridefinizione dei livelli di governo. È l’economia dell’innovazione a chiedercelo così come evidenzia Mariana Mazzucato, nel suo volume “Lo Stato Innovatore”: le opportunità di crescita richiedono una visione pianificata nel tempo. È il caso di Israele che è diventata nel corso degli ultimi decenni – volendo utilizzare il titolo di un famoso libro – una vera e propria “Startup Nation” che sostiene le imprese, valorizza le proprie università e crea nuovi mercati. Questi sono alcuni dei motivi (oltre a quelli sociali) per cui questo governo ha il dovere di rilanciare con forza i temi del “Sud”, ponendoli al primo posto nell’agenda delle sue priorità politiche; e proprio il rilancio occupazionale nel Mezzogiorno costituisce la sfida per adeguarsi agli standard e agli obiettivi comunitari. Sviluppo e lavoro, dunque, devono costituire i pilastri su cui riposizionare anche il problema del dialogo sociale nell’ambito di quel percorso che deve condurre a quella che possiamo chiamare emersione del “Sud” positivo, con le sue doti di creatività e intraprendenza, e che potrà essere attuato solo se avremo la capacità di passare dalla cultura degli “automatismi” a quella di “sistema”, muovendoci per raccogliere con forza la sfida della globalizzazione: in questo senso la marginalità di oggi può diventare la centralità di domani.

Il rilancio del Mezzogiorno passa però inesorabilmente da una qualità delle classi dirigenti meridionali e su questo ci sarebbe da chiedersi come è possibile farla crescere?

Il problema della formazione delle classi dirigenti non esiste solo al Sud, è un problema che riguarda l’intera storia di questo Paese e investe non solo la politica, ma anche la burocrazia e l’economia. Per ritornare alla domanda – da realista – resto convito che le classi dirigenti si possono formare solo nella cornice democratica di un conflitto “regolato” per conquistare l’Agorà, solo così potremo uscire dalle logiche della cooptazione, dell’autoriproduzione e dell’autoreferenzialità.

Visione, responsabilità e narrazione positiva, basteranno per far ripartire il Mezzogiorno?

Aggiungerei, consapevolezza delle difficoltà e giusta dose di realismo. Vorrei comunque soffermarmi ancora un momento sulla necessità di una nuova narrazione. Oggi è fondamentale superare ogni tipo di stereotipo e semplificazione. I professionisti della comunicazione devono tornare a raccontare i prodotti, le origini, l’ambiente, le donne e gli uomini che sono gli attori di questo tentativo di dar vita a un nuovo rinascimento italiano: in una parola fare – come ama dire Matteo Renzi – storytelling. Questo termine che in Paesi privi del nostro significativo passato industriale, manufatturiero, artigianale può avvicinarsi di più al concetto di “inventarsi una storia”, da noi assume senso più concreto e reale: quello di recuperare i racconti che contribuiscono a spiegare l’eccezionalità dei nostri prodotti, per promuoverli.

 

Ciro Gravino

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