Rapporto Stato-Regioni, un convegno sulla sentenza n.251 del 2016 della Corte Costituzionale

4 maggio 2017

Il rapporto tra Stato e Regioni non è mai stato idilliaco. Il sistema italiano di riparto della potestà legislativa non aiuta chi è chiamato a regolare i confini delle varie materie. La riforma del Titolo V del 2001 ha di fatto alimentato nel corso degli anni un notevole contenzioso costituzionale. La Consulta ha svolto molto spesso il ruolo, non di semplice custode della Costituzione, ma di legislatore di ultima istanza.

Lo scorso novembre, infatti, l’alta Corte si è pronunciata su un ricorso della Regione Veneto  dichiarando l’illegittimità costituzionale di alcune disposizioni di delega contenute nella legge 7 agosto 2015, n. 124 (la riforma Madia) – dirigenza pubblica, lavoro pubblico, disciplina delle partecipate e servizi pubblici locali. Ha ritenuto che fosse necessario applicare il principio di leale collaborazione alla legislazione delegata, nella forma dell’intesa, anziché del semplice parere, della Conferenza Stato-Regioni, o della Conferenza Unificata (per le società partecipate o dei servizi pubblici locali).

Insomma, una sentenza che può essere definita storica, almeno per la forza della sua presa di posizione che investe più in generale il sistema delle fonti del diritto  e gli equilibri costituzionali tra più livelli di governo. Un’analisi confermata anche dal paper “Il ruolo delle regioni nel procedimento legislativo statale – Riflessioni sull’impatto della sentenza 251/2016 della Corte Costituzionale” dello Studio legale associato Sandulli, Battini, Cimino e presentato durante il convegno organizzato da Reti.

Come ha infatti sottolineato Giusi Gallotto, Amministratore Unico di Reti, all’indomani di una sentenza così “atipica” era forte la “necessità di capire ma soprattutto di prevedere conseguenze e futuri scenari. Chi fa il lobbista deve saperne di più di chi rappresenta e almeno quanto i decisori istituzionali. Solo così è in grado di definire strategie professionali, di arricchire e migliorare il dibattito sul tema, aiutare chi decide ed essere parte trasparente del processo decisionale”.

Dopo una prima parte dedicata all’analisi, in punto di diritto, della sentenza della Corte da parte degli autori Aldo Sandulli e Benedetto Cimino, che hanno evidenziato come la pronuncia abbia avuto “l’effetto di modificare la procedura di approvazione dei decreti legislativi che contempla un intervento delle Regioni diverso e “rafforzato” rispetto a quello originariamente prefigurato dal legislatore”, si è svolto un lungo dibattito moderato da Antonio Iannamorelli, Direttore Operativo di Reti.

Hanno preso parte alla discussione Cristina Gerardis, Direttore Generale Regione Abruzzo, Francesco Verbaro, Presidente Formatemp e l’avvocato Harald Bonura. Quest’ultimo, riprendendo un concetto più volte ribadito anche da altri accademici ed esperti di diritto, ha subito ricordato come la sentenza in questione presenti ancora troppi aspetti non approfonditi su alcuni temi.

Una situazione, dunque, che può trasformarsi facilmente in un limite invalidante, dal momento che la Corte ha introdotto, come ha suggerito la Gerardis, un “elemento di disordine che ha reso inutile l’intervento del legislatore stesso”.

“Mentre – come ha sottolineato Verbaro – si tentava con il referendum costituzionale di  superare il bicameralismo perfetto, la sentenza introduceva di fatto una specie di tricameralismo”, rafforzando il ruolo delle Regioni che diventano co-legislatori e co-decisori.

Al termine del convegno c’è stato il tempo per dare la parola al senatore Giorgio Pagliari, membro della commissione Affari Costituzionali, che ha ricordato come negli ultimi anni “la  Corte ha fatto più da legislatore che da giudice delle leggi”.

Per rimanere aggiornati sui prossimi eventi organizzati da Reti e Running e per seguire il live tweeting dei convegni basta seguire l’account @galassiareti.

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