#openstabilità EXTRA: cosa abbiamo imparato nel 2015

31 dicembre 2015

Ieri il sipario si è chiuso. La Legge di Stabilità è in Gazzetta ed è norma dello Stato. Da oggi sarà la Legge 28 Dicembre 2015, n. 208. Cosa ci ha insegnato la Legge di Stabilità? Cosa portiamo, di esperienza e conoscenza nel bagaglio professionale del 2016?

In realtà nulla di veramente nuovo, ma certamente molte conferme di cose che noi lobbisti sappiamo (o dovremmo sapere) benissimo. Potrei scrivere un trattato, lungo e palloso. Mi limito ad alcune questioni, sulle quali possiamo avere riscontri oggettivi dalle tabelle in cui Laura, dell’area Pubilc Affairs di Reti, ha ricostruito un po’ di numeri del percorso parlamentare.

Paradossalmente, per considerazioni che si basano su numeri, la prima fra tutte che devo fare è proprio che le analisi scientifiche e statistiche, anche le migliori, applicate al procedimento legislativo, per quanto siano perfette, innovative e fighette, alla fine toppano. Perché la legislazione non è una scienza esatta. È insieme azione politica e prodotto culturale. E’ routine, prassi, consuetudine che si fa regola ma anche duttilità e innovazione permanente. Tutto il contrario di ciò che si può leggere (solo) con i numeri. I numeri aiutano, se li guardi nel loro insieme e ti fai suggerire delle cose. Se pensi di poterli posizionare in un algoritmo che ti restituisce la verità, fai flop.

È il caso per esempio dell’osannato Minidossier di OpenPolis sulla produttività dei parlamentari. Che in premessa ci raccontava che:

La declinazione che diamo al termine “produttività” è, pertanto, sempre più lontana dal mero conteggio delle attività svolte quanto piuttosto è tesa a rilevare la capacità di essere influenti ed efficienti. Non è produttivo il parlamentare primo firmatario di innumerevoli ddl ma quello che porta a casa una legge, non è produttivo chi protocolla centinaia di interrogazioni ma chi riesce ad ottenere una risposta da parte del ministro competente.

Un buon inizio. Ma la strada del demonio, si sa, è proverbialmente lastricata di buone intenzioni. Così capita che i gruppi maggiormente “produttivi” (quelli della Lega Nord) siano quelli che “portano a casa” il minor numero di modifiche alla “Legge Mamma”. Appena dieci. Meno degli antisistema Cinquestelle, che ne “piazzano” ben quattordici. Peggio della Lega hanno fatto solo SEL e Fratelli d’Italia. Rispettivamente con due e un emendamento approvati. Neanche a farlo apposta si tratta del secondo e del terzo gruppo nella graduatoria dei gruppi parlamentari più influenti, secondo OpenPolis.

Non faccio lo statistico quindi non mi metto a sindacare la bontà dell’indice scelto dalla community per la propria indagine. Mi limito a constatare l’inefficacia di considerazioni che vengono smentite al primo banco di prova reale, che è poi quello più importante di tutta la produzione legislativa annuale. Ma se non sono state Lega, Fratelli d’Italia e Sel, a contare, chi davvero ha influito su questo testo?

Certo, non devo cadere nello stesso errore che contesto ad altri. Quindi premetto che, nella Stabilità, non tutte le norme sono uguali ed è quindi un po’ forzato misurare la capacità di incidenza sul numero delle proposte di modifica approvate. Detto questo, però, una lettura attenta delle cifre diligentemente ricostruite da Laura, qualcosa ce la dice.

Innanzitutto ci dice che è falso il mito di un Governo Renzi accentratore e che non rispetta il ruolo del Parlamento. A dispetto dell’alto ricorso al voto di fiducia fatto durante l’anno, sulla legge di Stabilità bisogna prendere atto che lo strumento “ammazza dibattito” non è stato utilizzato nel passaggio cruciale: la seconda lettura, a Montecitorio. Ma questo è solo un aspetto marginale.

Se confrontiamo l’iter di questa legge con quella del Governo Letta (la uso come parametro perché ha avuto l’analoga “navetta” Senato-Camera-Senato, al contrario della prima del Governo Renzi che ha fatto, come prassi, il percorso partendo dalla Camera), scopriamo che gli emendamenti approvati sono di più (420 contro 398) e che tra questi la “bilancia” pesa molto a favore del Parlamento, rispetto al Governo. Nella stabilità marcata Letta, il Governo intervenne con 168 modifiche ( il 40% del totale), in questa il Governo Renzi ha proposto in corso d’opera “solo” 90 modifiche, (poco più del 20% del totale). Il resto, sono modifiche fatte dalle camere. Anche qui, con un rapporto abbastanza bilanciato.

L’anno scorso il Senato combinò un “casino”, complice anche l’inesperienza del Governo che si privò alla vigilia dell’inizio del percorso della stabilità del “barone” di quella Legge, Giovanni Legnini, mandato a presiedere il CSM. Quest’anno a Palazzo Madama si sono presi una discreta rivincita. La maggioranza ha infatti diminuito drasticamente i propri emendamenti, filtrandoli e selezionandoli “all’origine”. Un grande lavoro fatto dal terzetto Tonini – Chiavaroli – Francesco Russo (che ha preso il posto che fu proprio di Legnini). Con la regia di Zanda che ha trattato –preventivamente – un atteggiamento responsabile con le opposizioni.

Una differenza cruciale, questa, rispetto allo scorso anno. Ricordo personalmente l’agitazione di Barbara Lezzi, l’ultraortodossa grillina, che urlava dentro e fuori la quinta commissione, nelle notti tardo autunnali del 2014. Scene che non ho rivisto. E non solo. Lo scorso anno le minoranze rivendicarono il “diritto al respingimento” degli emendamenti non segnalati, rompendo la prassi che li considerava respinti di fatto, senza né voto né discussione e generando una colossale perdita di tempo.

Quest’anno niente di tutto questo. Lavoro fitto, 116 modifiche approvate (24 in più della stabilità 2014) di cui solo cinque di iniziativa del Governo. Tra i vari gruppi parlamentari spicca, come ho già detto nelle scorse puntate, il lavoro del gruppo Autonomie. Guidato dalla SVP, riesce a far pesare il proprio consenso al governo oltre la pur notevole consistenza politica. Tanto che porta a casa più del 20% degli emendamenti che segnala. Un risultato che, fatte le debite proporzioni, è pari a quello del PD e che conferma quanto la legge elettorale infulenzi, attraverso la determinazione della fisionomia della maggioranza parlamentare, il quadro complessivo delle scelte politiche. Altro che “roba per addetti ai lavori”.

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Emendamenti al Senato.

Lo si vede plasticamente nel raffronto con la Camera. A Montecitorio, i sudtirolesi sono ben lungi dal ripetere quei numeri e ottengono solo 4 modifiche su oltre settanta che ne avevano proposto. Perché alla Camera a fare la differenza è il premio di maggioranza nazionale, che assegna al vincitore delle elezioni numeri solidi su cui far marciare il Governo. Ne ha approfittato ovviamente il Governo stesso, che ha scelto la camera bassa come “campo di battaglia” ed ha presentato lì novanta emendamenti (su 95 totali), ma se ne è giovato anche il PD, che alla Camera è sostanzialmente autosufficiente, che ha portato a casa 109 emendamenti approvati più quasi tutti quelli dei relatori (che portano in gran parte la firma del democratico Melilli).

Un risultato che –a conti fatti- ha giustificato anche un diverso atteggiamento da parte del gruppo di maggioranza, che aveva “allargato le maglie” alla presentazione di emendamenti “di bandiera” (1500), riservandosi la selezione nel momento delle segnalazioni, che alla Camera sono norma e non semplice prassi. Così, mentre al Senato il lavoro duro è stato fatto prima (dai leader dei gruppi parlamentari), alla Camera il momento topico è arrivato in mezzo alla discussione, con l’onere di sbrogliare la matassa è affidato ai relatori che hanno svolto il compito con grande bravura, accompagnando il procedimento di dialogo (con tanto di super sedute notturne) tra Governo e Parlamento anche nell’insidioso e inaspettato passaggio dell’aula, che ha giocato un ruolo non secondario ( e che da tempo avevamo dimenticato), come testimoniano i trentacinque emendamenti approvati in plenaria. Un numero davvero alto, su cui nessuno avrebbe scommesso all’inizio.

Emendamenti alla Camera.

Emendamenti alla Camera.

Proprio il super-attivismo finale del Governo ha sconvolto i piani che – fino al varo del calendario della Camera – volevano la legge approvata in commissione entro Venerdì 10, inizio della Leopolda e proprio la pluralità di azione del Governo (che ha agito con tre “tavoli” di concertazione: Presidenza del Cosiglio, MEF e Ministero dei rapporti col Parlamento), ha finito per rallentare i lavori, generando l’insorgere delle opposizioni. Ma era probabilmente inevitabile.

Questa legge di stabilità, nel suo percorso, è “segnata” da quattro eventi accaduti in corso d’opera: la “rivolta” dei presidenti di Regione, gli attentati di Parigi, la vicenda delle Banche locali, l’allentemento delle rigidità in sede UE. Quattro momenti che hanno determinato cambi di priorità, inversioni di marcia, correzioni, stop e accelerazioni. Ed in questo quadro il rapporto più “morbido” con il Parlamento era indispensabile. Soprattutto in tempi di Italicum. Le tabelle di Laura lo confermano.

L’autodisciplina del Senato, l’alto numero di emendamenti di iniziativa parlamentare approvati alla Camera, il fatto che nessun gruppo sia rimasto “a bocca asciutta”, fanno ben comprendere che il Parlamento di oggi, ancora eletto col “Porcellum”, si muove già come se fosse figlio della nuova legge elettorale, dove contano i partiti e le preferenze più che le coalizioni e il posizionamento in lista. E la differenza è incontestabile se recuperiamo di nuovo il confronto con la Legge di Stabilità 2014. Quando governava Letta e non si parlava neanche di legge elettorale con preferenze.

Nel comporre la “Legge Mamma”, come nel resto delle scelte che contano davvero, il rapporto tra Governo e Parlamento è bilanciato sulla fonte di legittimazione di ciascuno. Un sistema politico verticistico schiaccia il Parlamento sul peso del Governo. Un sistema con rapporto diretto elettore/eletto rovescia il rapporto. Anche se a capo del Governo c’è un decisionista come Renzi. Che, anche se non si vede, deve cercare l’intesa. Ricordiamocelo bene, perché sarà il canovaccio del decision-making process dei prossimi anni. A partire dal 2016.

A proposito, auguri.

@AIannamorelli

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