Litigation PR: l’avvocato di Fini scivola sul lobbying

23 aprile 2017

Si era difeso bene, l’avvocato Michele Sarno, difensore di Gianfranco Fini, calato nell’Arena di Giletti per segnare la distanza tra il suo assistito ed il “cognatissimo” Tulliani, latitante a Dubai. “Fini è estraneo ai fatti”, “Fini ha querelato il soggetto in virtù delle cui dichiarazioni è stato indagato”, “Fini rispetta le istituzioni”, “Tulliani si consegni alla giustizia”, fino al più classico dei classici “Ci si difende nel processo, non dal processo”.

Insomma una strategia chiara, tesa a dipingere un’immagine coerente dell’ex leader di Alleanza Nazionale, che affronta la difficoltà a testa alta e petto in fuori, come da copione nello storytelling della destra italiana. Un Fini che anche da indagato, non si sottrae insomma al mito di Codreanu e al bagaglio argomentativo della “diversità” da Berlusconi nel rapporto con la magistratura. Per il resto è tutto un prendere distanze, discretamente argomentato. Fino a che Massimo Giannini non mette mano alla riserva delle allusioni. Per farla breve il teorema è: se Corallo ha pagato così tanti soldi (dalle carte processuali risultano bonifici per oltre cinque milioni) a Tulliani e ai suoi congiunti, direttamente o indirettamente (arrivano al papà, dipendente Enel in pensione e alla stessa moglie di Fini), un motivo ci sarà. E quel motivo non può che essere il sostegno di Fini al business dei Corallo (il gioco d’azzardo). E qui Michele Sarno fa un grande scivolone. E’ esperto di diritto penale, se la cava bene con l’oratoria e certamente nell’aula di tribunale. E si vede. Ma è inesperto di dinamiche parlamentari e di quello che, nei corsi di lobbying in cui insegno, amo chiamare “processo decisionale sostanziale”.
Invece di continuare sulla linea “Tulliani è un millantatore avrà fregato anche Corallo”, Sarno fa una strambata argomentativa e cambia linea, avventurandosi nelle vicende relative al percorso parlamentare di conversione del Decreto Legge 78 del 2009. Tradisce insicurezza perché inforca gli occhiali e legge le carte (tante), che tiene in una mano. Poi esterna il sillogismo: in quel percorso di conversione gli emendamenti che avrebbero favorito il business dei Corallo, furono presentati da Soglia, Milanese e Ventucci. Deputati su cui Gianfranco Fini, non avrebbe avuto influenza “per chi conosce le cose del PDL”, chiosa l’avvocato. Purtroppo per lui, questo non significa nulla. Anzi.

Rimettendo la responsabilità di talune azioni a dei singoli responsabili, Sarno quasi accetta l’idea -già respinta dalla giurisprudenza nel caso del Senatore Azzollini- che si possa “delinquere per legge” ed ancora ne ammette -con un “su questo sta verificando la magistratura”- la valutazione come potenziale “corpo del reato”. Avrebbe potuto citare il caso Azzollini per sostenere che non si può rintracciare corruzione quando una proposta viene avanzata dai detentori del potere di iniziativa legislativa non si può considerare come oggetto di “corruzione”. Avrebbe potuto dire che la posizione di Corallo non lo riguardava e che quella di Giannini era solo una allusione perchè se fosse fondata i capi di imputazione sarebbero diversi. E invece no. Cede alla tentazione. Perché gettare un’ombra sul gioco d’azzardo e sui rapporti con la politica è un must di questo paese e fa audience. Entra nel merito e dice sostanzialmente che Fini non poteva influenzare il processo decisionale e infatti chi ha firmato emendamenti pro-Corallo non sono uomini suoi. E si fa autogol. Perché è chiaro come il sole che il Presidente della Camera (allora era ancora in buoni rapporti con Berlusconi) poteva, può, eccome, giocare un ruolo nel processo decisionale sostanziale. Di più: in quel decreto si fa una vera e propria riforma del gioco legale in Italia. E tutta o quasi in fase di conversione. Entrano nuovi articoli (15 bis e 15 ter) e uno viene quasi completamente riscritto (il 21). Tutto questo con un mix di emendamenti del Governo, dei relatori e dei parlamentari (tra cui quelli che Sarno cita), con le varie riformulazioni del caso.

Insomma, interventi così invasivi e strutturali non vengono approvati mai, se non con il consenso del relatore e, soprattutto, del Governo, nel caso di una materia come quella del gioco d’azzardo, così importante per la tenuta delle casse dello Stato, per cui i controlli sul processo legislativo sono più d’uno: il gabinetto del Ministro, il sottosegretario che ha la delega, le Direzioni Finanze e Tesoro, la Ragioneria Generale dello Stato, l’Agenzia dei Monopoli e anche la Guardia di Finanza (anche le fiamme gialle hanno un team che svolge le funzioni di “ufficio legislativo”).
Ergo: le norme del decreto 78/2009 (citato come causale in uno dei bonifici che Corallo invia ai Tulliani), hanno come titolari di responsabilità politica tutti i componenti della maggioranza che le ha approvate. E nessuno, come dice la Costituzione, può essere chiamato a rispondere dei voti dati in Parlamento. E invece la tentazione giustizialista ha fatto scegliere all’avvocato Sarno una via impervia, che doveva servire per rispondere ad una allusione con un’altra allusione (sui rapporti tra l’accusatore Laboccetta e la famiglia Corallo) e che invece gli si è ritorta contro. Perché il solo fatto che a firmare alcuni emendamenti “incriminati” siano stati uomini non riconducibili a Fini non vuol dire assolutamente che Fini non abbia inciso su quelle decisioni. Che l’abbia fatto o meno, non è reato. Questo era il punto. Purtroppo quando un avvocato non si avvale di una consulenza di un lobbista o di un professionista delle litigation pr con esperienza nel processo decisionale pubblico, per affrontare temi di questa delicatezza di fronte ai media, questi sono i risultati.

Perché in Italia il modo con cui si assumono le decisioni è diverso, o almeno non completamente riassunto, da quello che si studia sui libri. E l’applicazione logica di concetti teorici agli accadimenti politici è quasi sempre fallace.
Pericolosa, se è fatta all’interno di una dinamica giuridico-mediatica in cui, fin quando è stato nel solco delle cose processuali, l’avvocato Sarno era stato davvero bravo, considerando il clima della trasmissione di Giletti.

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