Il fascino discreto della corruzione (percepita): l’analisi di QUEST

21 Maggio 2015

“Power does not corrupt men; fools, however, if they get into a position of power, corrupt power”
George Bernard Shaw

Questo studio è un serial blasfemo. Non manca di rispetto a nessuna religione, ma sfida un dio cui tutti gli italiani sono devoti: la certezza della corruzione. L’idea che la corruzione sia una bestia diffusa e invincibile, un mostro dell’es che noi italiani non vinceremo mai. La convinzione trasversale alla politica e alla società che la corruzione, le malversazioni, sono connaturate con la società e la politica. Tutti sappiamo che l’Italia è corrotta, soprattutto la politica italiana, per ragioni di potere quando non di denaro e di sesso; i corrotti sono per lo più nello stato, e responsabili ne sono, oltre ai politici, imprenditori senza scrupoli. Quando poi l’impegno statale è evidente ed ampio, come nei lavori pubblici, allora la corruzione è un prezzo talmente obbligatorio e inevitabile che sarebbe meglio non fare opere infrastrutturali pur di evitarla. Non c’è neanche bisogno di dire che chi scrive non è così cretino da pensare che in Italia la corruzione non ci sia o non sia un problema. La domanda è invece: come ci viene rappresentata, la corruzione?

Pensiamo che il quesito sia importante, anche perché le conseguenze sul “che fare” sono immense. Qui l’univocità del legame tra percezione e corruzione viene seriamente messa in discussione dalla attenta rassegna e analisi svolta da Quel che è Stato è Stato. Attenzione, dunque, perché  la lettura di questo studio in due puntate potrebbe portarvi a concludere che sul tema della corruzione le cose non stanno affatto come pensiamo. Ed è una grave responsabilità che solo persone “senza scrupoli né pregiudizi”, grazie alla loro curiosità e coscienza, possono assumersi. Una vera e propria bestemmia contro la pubblica opinione.

Il dio della corruzione in Italia è innominabile, indiscutibile e onnipotente. Tutte le volte che si citano le cifre sulla corruzione, vera e presunta, sono clamorose, esasperate e insieme raccapriccianti. Prendiamo un caso già “risolto” di cui abbiamo parlato spesso: quello di Alfredo Romeo, 30 milioni su un conto della società, la gestione di 40 miliardi di patrimonio immobiliare. Le cifre erano vicine alla realtà, ma non c’era nessuna cifra “storta” , nessuna tangente, nessuna truffa, nessuna corruzione. Niente. Dopo la totale assoluzione quei numeri restano su internet. Mesi di carcere, anni passati per avere giustizia, danno reputazionale non calcolabile, assessori incarcerati e assolti. Chi se li ricorda? Resta l’immagine o la sensazione di una vicenda opaca, un imprenditore “discusso”, in verità dal talento indiscutibile, e di una classe politica napoletana discutibile, ma proba, a cui nessuno ha voluto chiedere scusa. Qualche giornale ha riparato con un’intervista, ma in generale la comunicazione, dopo le assoluzioni, volta pagina. L’assenza di corruzione accertata, valla a cercare: non entrerà nella nostra percezione. Il luogo della decisione e della percezione è lo stesso, lo spazio pubblico: quello della comunicazione, dei media vecchi e nuovi, che su un fenomeno del genere sono più convergenti che concorrenti.

Abbiamo avuto scandali percepiti per tutte le tasche. Facciamo una prova? Rimborsopoli, Parentopoli, Monnezzopoli, Vallettopoli, Why Not e Serravalle. Provate a scavare nella memoria: vi ricordate quali di questi casi si sono risolti in un nulla di fatto? Quanti sono stati i condannati? Quanti sono stati gli scagionati, quanti i soldi davvero spesi in tangenti? Beh, in quattro dei sei esempi citati non ci sono state tangenti, mentre gli altri due si sono conclusi con lo scagionamento di centinaia di imputati; e almeno in un caso, quello di Vittorio Emanuele di Savoia, lo stato ha dovuto rimborsarlo per averlo messo ingiustamente in galera. Ma anche i nomi di D’Alfonso ex sindaco di Pescara ora Governatore, del gruppo Toto, di Penati, allora sbattuti in prima pagina e costretti nel limbo degli impresentabili: li ricordiamo appena. Nessuna prescrizione. Eppure per le nostre sinapsi eccitate dai titoli di giornali la percezione di corruzione è, in sei casi su sei, il 100%: non andiamo tanto per il sottile.

Altri paesi sono corrotti come il nostro, o anzi hanno più corrotti in galera di noi, come dimostrano le statistiche. I numeri delle denunce lo confermano, come quelli dei processi e della condanne, ma gli italiani si sentono più pavidi e corrotti dentro evidentemente. Il fascino discreto della corruzione è più forte. Così, dai numeri dei reati perseguiti in Europa e dei condannati in Italia, gli editorialisti traggono le conseguenze che da noi non ci sono leggi sufficienti, o che siamo deboli coi forti e forti con i deboli. Che se abbiamo meno corrotti in galera è perché abbiamo più corrotti in libertà, perché siamo pur sempre italiani!

Tutti sappiamo che, esiste una statistica secondo cui la corruzione da noi ammonterebbe a 60 miliardi, sui 120 europei. Lo ripetono tutti. Potrebbe sanare tutto. Ne ha parlato la Corte dei Conti,:

“Nel 2012 l’entità monetizzata della corruzione annuale in Italia è stata correttamente stimata in 60 miliardi di euro dal SAeT del Dipartimento della Funzione Pubblica (cfr. relazione 2008 Transparency; relazione al Parlamento n. XXVII n. 6 in data 2 marzo 2009 del Ministro per la Pubblica Amministrazione), rispetto a quanto rilevato dalla Commissione EU l’Italia deterrebbe il 50% dell’intero giro economico della corruzione in Europa.”

Se leggete il documento che la Corte cita, ritenendo la stima corretta ma “esagerata” rispetto agli altri 26 paesi ( che evidentemente sarebbero invece sottostimati) il dato lo trovate ma viene  smentito da …Ban Ki Moon. E’ del tutto falso!

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, a Vienna il 2 settembre 2010, in occasione dell’inaugurazione della Accademia Internazionale Anticorruzione, ha confermato l’infondatezza della fantasiosa stima di 60 miliardi di euro, o anche -secondo alcuni- “…ben superiore …”, quale costo della corruzione ogni anno in Italia. Come ha confermato il Segretario Generale, il costo della corruzione mondiale sia prossimo a one trillion dollar, cioè 700 miliardi di euro e quindi, che in Italia sia localizzato ben l’8,5% della corruzione mondiale fa un po’ sorridere anche i più pessimisti. Insomma tutti, dalla Corte dei Conti alla stampa, prendono per buona una bufala straordinaria. Sanno che è una bufala ma la ripetono come un mantra. Così si costruisce la percezione. Pochi hanno dato importanza alla fesseria globale dei 60 miliardi, che avrebbe invece meritato una denuncia da parte del nostro paese.

Per  non correre il rischio di essere smentiti dai numeri, le periodiche intemerate sulla corruzione percepita si fondano sui report di Transparency International, una Onlus indipendente. Indipendente perché multi-finanziata, soprattutto da organismi privati o dai Ministeri degli Esteri di Paesi che per lo più risultano immacolati. Transparency si occupa di trasparenza e di recente ha dato appena la sufficienza al governo Renzi. Ma gli indici della corruzione percepita sono la sua vera forza. Transparency Italia, la branca italiana cerca nobilmente e con sincerità di lanciare l’allarme sulla corruzione, presenta e aggiorna i risultati di un indice fondato sulle opinioni di businessmen e su un “barometro” costituito da un questionario con un campo di diffusione più ampio. Un osservatore, anche superficiale, si interrogherebbe subito sui criteri e la coerenza di questa ricerca, su chi fa parte di Transparency, ma finora in pochi hanno approfondito: mai sia che nelle fondamenta di Transparency si trovi anche solo una goccia di opacity.

Lo spostamento di massa verso l’indice di corruzione percepita serve a rendere stabile la cornice comunicativa e politica: quanta corruzione c’è in Italia? Semplice: quella che pensiamo che ci sia. E quanta se ne scopre? Quella che volete. Troppo facile così, no?  Eppure, senza bisogno di indici, il fenomeno del framing della corruzione l’abbiamo sottocchio tutti i giorni. Pochi mesi fa l’ennesima indagine, dell’ennesima procura, su progetti di lavoro infrastrutturali, ha portato in carcere un alto funzionario; e le puntuali intercettazioni parlano del figlio di un ministro, di un Rolex e di tanti, tanti, appalti concessi quasi sempre alle stesse ditte. Il problema è già politico, e il percorso è già deciso, univoco. Il ministro non ha potuto fare altro che dimettersi. Nonostante tutti i distinguo, la cornice di senso è fortissima, automatico e tutto ne discende: tutti ri-pensiamo che i politici, soprattutto quelli che non votiamo noi, sono corrotti, che tutti i funzionari che ne dipendono altrettanto, e che i lavori pubblici e le infrastrutture “portano corruzione”, inevitabilmente. Il capo del sindacato dei magistrati, che ha avversato la legge sulla responsabilità civile e la riforma del governo, ne ha approfittato per rafforzare il suo potere contrattuale con una affermazione apodittica: “Il governo dovrebbe prendere a schiaffi i corrotti e accarezzare chi li persegue”: ma non sono i giudici e le forze di polizia che debbono assicurare i corrotti alla galera?  Non importa, la “conseguenza politica” prescinde dagli esiti della indagine. Un punto per la battaglia sindacale dei giudici che dovrebbero essere “accarezzati”.

La stampa, che ormai dipende da quel che le procure raccontano, reitera e rafforza: opere inutili, cricche, logge, lobbies. Tutte percepite come in un unico blocco, quello della corruzione. L’opposizione ed il governo sono abbastanza unanimi: più leggi, più pene, più tempo per i giudici e meno sottigliezze con i diritti degli imputati. Se poi la giustizia si allontanerà nel tempo, le leggi complicate renderanno più oscura l’amministrazione (come dicono non pochi giudici), e si rimedierà 30 anni dopo con una commissione di indagine. Il dio che deve restare intatto è la percezione della corruzione. Alla domanda “Quanta corruzione c’è in Italia?” La risposta di chi legge il giornale, vede la TV e consulta Internet deve essere univoca. “Tantissima, ovunque sempre ogni giorno!”. Se poi in tempo di crisi ti chiedi se questo danneggi l’economia, chi vuoi che ti risponda di no? Non ti può e non ti deve venire il dubbio che in Germania, dove ci sono più farabutti in galera, ci sia almeno la stessa corruzione che da noi. No!

Una “cornice” così potente, che si lega a quella fortissima del pessimismo e della sfiducia in un impasto potentissimo e antipolitico, non si combatte certo solo denunciando qua e là qualche contraddizione, ma cercando, se ci sono, le radici dell’equivoco. Da qui parte QUEST, con un’analisi dettagliatissima (“Corruzione e Comunicazione”) della validità, coerenza e credibilità dell’Indice della Corruzione Percepita e del Barometro. Due strumenti che si sono affermati un po’ come il “Whole Earth Catalog” della politica contemporanea, e cioè la base di tutta la cultura dominante del pessimismo. Tanto quanto quel Catalogo originario lo fu dell’ottimismo dei fondatori di Internet.

Come leggerete, si tratta di una analisi che prende in parola la promesse e le premesse di Transparency International e non ne mette in dubbio la buona fede, ma svela una debolezza e delle contraddittorietà intrinseche che ne mettono in discussione almeno la pretesa  fondativa di tanti giudizi e anche di tante deliberazioni e di chi se ne appropria, sapendo che si basano su una percezione. Come è giusto, QUEST arriva a chiedersi se abbia senso analizzare e misurare una percezione. Nella seconda parte dell’indagine verranno analizzate le relazioni, spesso inverse, della corruzione percepita con la corruzione esperita, cioè con i fatti: i numeri contenuti nelle varie analisi e ricerche sull’andamento delle indagini e delle risultanze giuridiche riguardanti casi di corruzione. In seguito, un giusto spazio verrà dedicato all’ecosistema mediatico ed ai frequenti bias che accrescono la unilateralità ed il carattere parzialmente incongruo della percezione. Ma già questa prima parte smonta il giocattolo dalle fondamenta: provate a leggere. 

Stay tuned e non credete troppo alle favole!

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