Ferrandelli: “Licenziare l’Ars. E con giusta causa”. Sicilia verso il disastro finanziario

13 gennaio 2016

Ferrandelli, con Il Rottamatore ci si è sentiti già quest’estate, quando ha rinunciato al suo posto da deputato dell’Assemblea Regionale in forte polemica con l’ancora governatore Rosario Crocetta. Ma davvero ora è tornato al suo lavoro originario, in banca? Sarebbe una notizia per chi fa politica.

Avevo un lavoro prima che cominciassi a sedere nelle istituzioni e continuo ad averlo anche dopo. Ho sempre coniugato la mia professione con la passione politica, che non mi abbandona mai, e continuo a farlo senza problemi. Anzi, credo che non dipendere dalla politica sia una straordinaria arma di libertà, di indipendenza, di autonomia. E se un politico non è libero non è un buon politico.

Col senno di poi, forse il suo aiuto avrebbe fatto la differenza in sala d’Ercole per approvare almeno quest’anno il DPEF (il Documento di Programmazione Economico Finanziaria) in tempo. Doveva essere votato il 30 ottobre ed è arrivato in aula il 22 dicembre, bocciato per assenze ingiustificate. Perché?

Già mi ero astenuto nel precedente Documento Economico e Finanziario perché non aveva visione, era una somma e sottrazione di numeri incasellati non nella voce “sviluppo” ma in quella delle “mance”, quasi sempre utili ai 90 deputati per consolidare consenso e clientele.  A sei mesi dalle mie dimissioni ho avuto di nuovo ragione. All’Ars, a dicembre, sarei stato inutile così come lo sono stati e continueranno ad esserlo i 90 deputati, cinque stelle inclusi. La Regione del futuro, quella che ho in mente, voterà il DVEF, il Documento di Visione Economica, sarà il patto per lo sviluppo e non il patto del compromesso.

Ma non è che l’ARS è strozzata da lungaggini burocratiche e regolamenti assurdi? Pare che proprio dal 31 ottobre a Capodanno abbia lavorato solo 17 minuti al giorno: possibile?

Il problema non è procedurale, ma di costume politico. Se il mandato politico fosse regolato dagli obiettivi raggiunti, se prevalesse il bene comune all’interesse privato, la testa e il cuore allo stipendio e alla poltrona, allora non assisteremmo a tutto questo. Ma questo degradante paesaggio umano non è ineluttabile, e questo vogliamo farlo capire ai siciliani. Quelli che stanno lì, compresi i pentastellati, vanno licenziati. E con giusta causa.

E per quanto riguarda il bilancio? Stessa storia? Proprio nella finanziaria, tra l’altro, tre commi stanno facendo scalpore: l’allargamento di alcuni CDA, la sanatoria dei doppi incarichi, le assunzioni nelle Autostrade.. Ma a chi servono queste continue deroghe?

In Sicilia si fa tutto il contrario di quello che si sta facendo a Roma. Meglio: il Pd siciliano e Crocetta contraddicono quotidianamente il Pd nazionale e Renzi. Mentre la lotta agli sprechi e ai privilegi è il faro del governo Renzi, qui, nella specialissima Sicilia, la stella polare è ancora quella di aggiungere posti a tavola, perché ci sono ancora tanti amici e clienti da accontentare.  Altro che merito, concetto a cui Matteo Renzi tiene molto: qui la meritocrazia, il taglio agli sprechi e ai privilegi, sono parolacce.

Tutto il caos attorno a Riscossione Spa, la società incaricata del recupero tributi sotto controllo della Regione, ha dell’assurdo: 23 deputati morosi, più di 4 miliardi e mezzo in meno all’anno di tasse recuperate? Dove sta il problema? Perché si è trasformato anche un problema manageriale e di pura e semplice legalità in bagarre politica?

Perché la riscossione dei tributi, così come tanti ambiti dei servizi in Sicilia, è stata regolata dall’intermediazione politica. È notizia di oggi, per esempio, che Riscossione Sicilia ha avviato il pignoramento alla metà dei Comuni siciliani, 185 per la precisione, per cifre che si aggirano intorno a 41 milioni di euro. La riscossione dei tributi non può essere in mano alla politica, è materia che attiene alla giustizia e all’equità, alla terzietà. Perché altrimenti succede quello che è successo: cioè che una società che riscuote le tasse si trovi ad avere i conti in rosso.

Il Governo Renzi farà arrivare solo 400 milioni sul Patto per la Sicilia, ma Crocetta non ci sta, chiede due miliardi, vuole aprire un casinò a Taormina per far concorrenza a Malta. Nessun pregiudizio ideologico a riguardo, ma è davvero una priorità? Ad esempio, miliardi di fondi europei sono stati persi proprio perché non si è riuscito a presentare progetti praticabili, e le infrastrutture in rovina isolano la Regione è spaccata in più punti. Cosa ne pensa?

Nella domanda c’è anche la risposta. Ma mi chiedo: come si raggiungerà il casinò di  Taormina se non ci sono le strade? La verità è che si gioca a spararla grossa per depistare i cittadini e non assumersi il fallimento di un’esperienza di governo che rischia però di decretare anche il fallimento della Sicilia.

Infine, una domanda più specifica. Nel 2012 la Regione aveva deciso di puntare sul comparto bio, che poteva essere la fortuna di una terra come la Sicilia. Ora il mega bando di 320 milioni predisposti con i fondi UE è stato sospeso, e i fondi bloccati, mettendo a rischio diverse imprese e lavoratori. C’è un problema di visione, di progettazione? Cosa fare ora?

Non si può far più nulla. I soldi sono stati persi. La Regione ha sbagliato a scrivere il bando. Chi dice il contrario, mente sapendo di mentire. Abbiamo perso un’opportunità, la millesima da tre anni a questa parte, di far respirare l’economia siciliana in un settore strategico. Il Tar dà torto alla Regione e bisogna prenderne atto: dura lex sed lex. Dovrebbe pagare Crocetta, purtroppo pagheranno ancora una volta, ingiustamente, i siciliani.

@nicoloscarano

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